Riccardo
Rizzetto
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Pandemia e pensieri: perché non mi piace la parola RESILIENZA

Sento parlare di RESILIENZA, penso alla demistificazione di questa parola promossa da Nicholas Nassim Taleb ne “L’Antifragile” e rifletto su come il professore (Graeme Brooker) a capo del corso di Interior Design al Royal College of Art, con cui ho fatto la tesi di laurea, ci ricordasse sempre l’importanza e l’aiuto che può offrirci il risalire e il ricorrere all’etimologia delle parole nell’orientarci, farci operare scelte, formulare spiegazione e anche a giustificare qualcosa. È incredibile come, preferire una definizione ad un’altra, scegliendo questa o quella parola, sia, inconsciamente, una scelta di direzione che a volte può poi rivelarsi fuorviante e pericolosa (esempi di questo possono essere tutti i casi riportati da Erich Fromm in cui si preferisce l’avere all’essere, con tutte le derive che il caso porta, ha portato e potrà portare).


Perché sto pensando a tutto questo sentendo parlare di RESILIENZA in questo periodo di pandemia e quarantena?

Parto dalla definizione che il Treccani dà di RESILIENZA, dove si va dal significato della parola in ambito psicologico, indicandola come la capacità di reagire di fronte a traumi, difficoltà, ecc..., al corrispettivo nella tecnologia dei materiali, dove resilienza è la resistenza a rottura per sollecitazione dinamica, determinata con apposita prova d’urto, il cui inverso permette pure di definire l’indice di fragilità. Nella tecnologia dei filati e dei tessuti, invece, indica l’attitudine di questi a riprendere, dopo una deformazione, l’aspetto originale.

Ma è proprio l’etimologia di resiliente [dal lat. resiliens -entis, part. pres. di resilire “rimbalzare”] a togliere ogni dubbio su come questo sia un comportamento che implica una certa passività e come questo concetto, se è quello che veramente si applica in questo periodo, possa essere solo nocivo ed inutile.

Se dovessi pensare ad immagini che parlano di resilienza, penserei ad una tartaruga che sta attraversano una strada e rientra nel guscio quando passa una macchina per poi uscire di nuovo e continuare il suo percorso. Penserei all’Araba Fenice, che, nella mitologia greca, rinasce ogni volta dalle proprie ceneri tale e quale a come era e il cui motto latino è “Post fata resurgo” (dopo la morte torno ad alzarmi).

“Schiacciata sotto il peso del corpo mascolino, Line si torceva, avversario tenace e resiliente, per eccitarlo e sfidarlo” è un’altra immagine di Primo Levi in “Se non ora, quando?” spesso usata per illustrare il concetto.


A seguito di tutto questo, di tutte le volte in cui (spero innocentemente e per facilità) si parla di RESILIENZA, rifletto e preferisco, dal canto mio, il concetto di ANTIFRAGILITÀ, neologismo indicato da Nassim Taleb come il vero opposto di fragilità. L’ANTIFRAGILITÀ denota, infatti, la caratteristica di un sistema di cambiare a fronte di fattori di stress esterni; non al fine di proteggersi, bensì di irrobustirsi ed evolversi, trasformando l’evento traumatico in occasione di evoluzione. È la capacità di cambiare, di accettare le richieste di cambiamento dettate dalla situazione, di migliorare attraverso la rimessa in discussione di quello che si dava per assodato fino ad ora e che invece l’evento inatteso ha mostrato essere non così stabile come si pensava. Antifragile, infatti, è ciò che, per Nassim Taleb, non solo è capace di sopportare il caos, ma addirittura di migliorare sotto lo stress di agenti esterni, aiutato da una certa dose di volatilità (che non è leggerezza).

Visivamente, ritratto ed esempio di antifragilità, può essere l'Idra: dall’Idra di Lerna, il mostro policefalo che nella mitologia greca e romana era dotato di nove teste e che nella seconda fatica di Eracle ogni volta che gliene veniva tagliata una ne ricrescevano due dal moncherino; all’Idra della mitologia medioevale, rappresentata come un drago con molte teste, o l'Hydrus, un serpente antagonista storico del coccodrillo, da cui si faceva volontariamente inghiottire per poi lacerarne l'intestino.

“L’antifragilità va al di là della resilienza e della robustezza. Ciò che è resiliente resiste agli shock e rimane identico a sé stesso; l’antifragile migliora” e Fosbury non sarebbe diventato l’inventore del Fosbury Flop se non avesse incontrato l’asticella del salto in alto avesse provato paura a saltarla nel modo tradizionale.


“L’energia in eccesso che scaturisce di fronte a una difficoltà è ciò che permette di innovare”, dice sempre Nassim Taleb, ed è questo secondo me il modo migliore per esorcizzare tutte le difficoltà; qualsiasi paura, trauma e inceppo nella trama di vita che magari ci eravamo preraffigurati. Sempre: dalle difficoltà che ci sono nella quotidianità, alla paura di non essere all’altezza o le ansie che incutono le sfide in ambito lavorativo.

Voglio immaginare ogni persona come un cubetto di un materiale speciale, che ad ogni battito del Pendolo di Charpy, al posto di mostrare resilienza, risponda attivamente fortificandosi, sviluppando un “sovraosso” che possa andare a prevaricare sul moto del pendolo stesso.


Non so e non sto dicendo che io in primis stia facendo abbastanza; questo lo potrò valutare solo in seguito, ma quello che mi auguro è che tutto questo periodo possa tradursi in un processo bottom-up che porti ognuno di noi, nel nostro piccolo, ad un evoluzione di qualche tipo, in qualche ambito. Se così fosse, per induzione, il progresso di tutti i singoli potrà davvero portare alla crescita del gruppo che vive e si troverà a vivere un presente in cui “Non si può guardare al futuro proiettandovi ingenuamente il passato.” 🥰


(Apologise to all my friends not speaking italian if I did’t write in English this time.)

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